"I Numeri" di Marco Pasquini
Il ciclismo è uno sport fatto di storie senza fine e di una memoria che si tramanda. A volte una storia ne chiama un'altra. Basta uno spunto, una telefonata, e l'immaginazione comincia a correre.
Questo è il caso di Marco Pasquini, questa
primavera riceve una telefonata dal nostro amico nonché giurato de “il
Bicicletterario – parole in bicicletta” Alessio Stefano Berti che gli racconta di un
numero leggendario al Tour de France. Non gli da molti dettagli ma sa che questo
argomento potrebbe interessargli dopo il suo racconto I Numeri, vincitore proprio del Bicicletterario nel 2024.
Il numero, scoprirà, è il 51: dorsale indossato da Merckx, Ocaña, Thévenet e
Hinault nelle loro vittorie al Tour, diventato negli anni quasi un simbolo di
fortuna e leggenda. E nel 2025 la sua magia si riaccende con la vittoria di Pauline
Ferrand-Prévot. Troverete il post di Marco QUI
Da quella telefonata nasce
un articolo per la rivista Biciclette d'Epoca, ora in
edicola, accolto dalla redazione con entusiasmo.
Abbiamo pensato di condividere con voi il bellissimo racconto di Marco vincitore della settima edizione de "Il Bicicletterario - Parole in Bicicletta":
«Ma cosa se ne faranno di tutti questi numeri attaccati alla schiena?» pensava Alessio alla partenza della Ronde Van Flaanderen.
L’anno è il
1950. La primavera tarda ad arrivare e il freddo è ancora quello invernale.
«Che se ne faranno di tutti i numeri di corsa» continua a
domandarsi il giovane italiano, trasferito in Belgio per lavorare. A lui non è
toccata la miniera, “per fortuna” pensa tra sé. Cameriere, mille passi e poi
al- tri mille, ma sempre meglio che tornare neri come il carbone dal fondo
dell’inferno. La stessa polvere delle strade di casa, solo più nera. Una
polvere come quella che copre i cerchi della bicicletta del nonno. Suo nonno
Vittorio aveva corso con i pionieri, quelli duri e quasi invincibili. Gambe e
garretti d’acciaio. Partenze in piena notte e via ad inseguire la stella
polare. Allora, gli aveva raccontato il nonno, di numeri pochi, giusto delle
fasce colorate al braccio per distinguersi tra le squadre. Poi la polvere, la
pioggia che scolorisce e quella fascia cambia tonalità. Quindi tutte bianche e
su di esse dei numeri. Grandi, fatti di vernice resistente.
«Ma che se ne faranno di tutti i numeri i ciclisti?» pensa ancora
il ragazzo, immaginando una stanza tutta tappezzata di numeri di corsa. Alcuni
sono più puliti, appena macchiati dal sole. Altri invece sono invecchiati
precocemente, cotti dal fango e dall’acqua. Tele di lenzuola sbrindellate e
poi immortalate sulle strade del Nord.
«Poi venne la punzonatura», gli disse il nonno. Perché i ciclisti, come i pescatori e i cacciatori le sparano grosse, ma son capaci di farle ancora più grosse. Come quella di prendere il treno durante la gara e anticipare tutti. O quella di cambiare bicicletta più volte, tanto il numero è sempre lo stesso e attaccato alla maglia. Con la punzonatura azzimati giudici certificano a prova di bandito che quella bicicletta è così com’è e come tale deve arrivare all’arrivo. Ma i ciclisti malandrini hanno tanti modi per sottrarsi alle regole o, in alcuni casi, inventarsi loro stessi delle regole.
Il nonno Vittorio aveva conosciuto il Diavolo Rosso, quel dannato piemontese del Gerbi, che correva con un maglione rosso e seminava paura e chiodi lungo le strade. S’era inventato anche la corsa nella canaletta di scolo, lasciando i pantani di centro strada gli altri.
«Ma non c’era il rischio che si scambiassero comunque le
biciclette?» Aveva chiesto il ragazzo. I giudici avevano applicato lo stesso
numero sulla bicicletta e poi avevano cominciato a seguire i corridori lungo
le strade con le loro pesanti macchine.
I numeri son fatti per contare, per avere un elenco definito, se
non definitivo.
«Che se ne faranno i ciclisti dei numeri usati? Alcuni li conservano», rispondeva il nonno, «altri li buttano. Altri ancora li riusano, truffaldinamente, in altre corse». Si scappa in fuga, stessa maglia, stessa bicicletta, ma uno con i baffi e l’altro no. «Molti li ho presi io, prima che il vento se li portasse via», racconta Vittorio.
La corsa è partita. Le maglie colorate con la velocità si confondono, si fondo, ma i numeri sulla schiena son sempre lì, nitidi e rigidi. Un italiano calvo di nome Fiorenzo forza il ritmo, racconta la radio, se ne va tra polvere e freddo. I ciclisti, piegati aerodinamicamente sulla bicicletta mostrano il fondoschiena a favore degli spettatori. Il numero sta lì in bella vista, immobile. Talvolta svolazza, se ha perso uno dei 4 ormeggi. Sta lì e conta i chilometri che mancano alla fine della sofferenza, i chilometri contati fino alla vittoria.
Anni dopo, ormai anziano anche lui, Alessio è
tornato in Italia. Qui lo aspetta il nipote Carlo. C’è ancora la vecchia casa
di nonno Vittorio ad attenderlo. La casa della sua infanzia, ormai vuota, ma
carica di ricordi e sentimenti. Alessio porta con sé il ragazzo. I due vagano
per le stanze riscoprendo il tempo che fu. Ma è soprattutto la soffitta che
li attrae. Tutti quei numeri dei ciclisti che Vittorio aveva conservato son lì
ad aspettarli. Una stanza tutta tappezzata di numeri di corsa. Tutta. Dal
pavimento al soffitto. In alto, dall’abbaino, fluiscono fasci di luce. Ed è qui
che si scioglie la magia. Ogni numero sfiorato diventa iridescente e prende
vita. Si materializza il suo proprietario in corsa. Una gara sul tappeto della
soffitta. Una corsa che non finisce mai. Ogni volta che il raggio di luce esce
da quel numero il suo corridore scompare, sostituito dal suo vicino.
E così via finché il sole non abbandona la soffitta e torna la calma.
I due raccolgono la polvere lasciata dalle biciclette, i giornali
che svolazzano, gli schizzi di fango e le musette buttate in un angolo. Una
corsa selvaggia e mai doma di corridori di tutte le epoche che si danno
appuntamento una volta al giorno in quel sottotetto per ricordarsi come si
corre. Quanto sia bello correre ancora sui pedali, anche se solo su un tappeto
malandato.
Che sia sogno od illusione i numeri son carichi di ricordi e
memoria, per chi ne conserva un vasetto.
«Nonno, ma i corridori cosa se ne fanno dei numeri di gara?» «Vedi
Carlo...».




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